Cosa è normale?

Algernon Newton — Landscape with moon, 1966.

Sono uscito ad allenarmi al parco per la prima volta ieri. È una domenica mattina, e al parco ci sono tante persone. Ma è normale.

Tutti indossano la mascherina. Ma è normale. Alcuni la indossano male. Ma è normale. Alcuni hanno una mascherina che non serve a nulla. Ma è normale. Le persone sono in fila all’edicola, debitamente distanziate. Ma è normale.

Ha riaperto il ristorante asiatico che fa i noodles buoni, vicino a casa. È normale, e , anche, direi, finalmente!

Cosa è normale e cosa no, in questa cosiddetta fase 2?

Di poco normale c’è che, al di là degli strilli mediatici, in giro, a Milano, non c’è (ancora?) nessuno, ma nessuno a livelli ferragostani.

I mezzi pubblici vanno ad un quarto della capacità, e probabilmente l’occupazione effettiva è ancora minore. Dov’è tutta questa gente che prima era in strada, in giro a Milano?

Gente e auto, auto e gente, il paesaggio tipico delle strade milanesi.

Molte, molte meno auto, è bello, ma quanto durerà?

Quanto tempo ho tra girare in bici senza paura di essere investito ogni 2 minuti e il rientro in massa degli automobilisti?

Meno gente sui mezzi, più gente in auto, mi sembra una conseguenza prevedibile, ma non si è ancora verificata.

Quanta gente davvero poteva lavorare da casa anche prima”? Se devo prendere questa prima settimana di fase 2 a Milano, la risposta è: forse quasi tutti, sicuramente tanti.

Chi fa un lavoro aperto al pubblico, chi ha un negozio o un ristorante, ha chiuso, forse per sempre, forse ha riaperto, se ha riaperto lo ha fatto a ritmo e capacità ridotti, trasformandosi di fatto in quelle dark kitchen che tanto temevamo ma che sembrano essere l’unica soluzione possibile.

Ma è normale. Stanno tutti quanti valutando, soppesando. Quante persone facciamo tornare in ufficio? Riusciamo a ri-organizzare gli interni? Dobbiamo fare pulire tutto, tutti i giorni? Quanto ci costa?

Quanto ci costa?

È non è solo una questione economica, ma di salute, e di produttività. Dobbiamo davvero tornare in ufficio, dopo aver scoperto che ne possiamo fare a meno?

Forse è questa, la vera fase 2: quella in cui hai scoperto che puoi, ma non sei ancora sicuro se vuoi — con un milione di sfumature nel mezzo.

Cosa significa vivere in una Milano con socialità inesistente, le mascherine ovunque, il cibo portato dalle dark kitchen e la spesa portata da chiunque riesca a farlo, lavorando da casa?

L’unica risposta che ho per ora è: poter uscire di casa, prendere una bici, senza la paura di essere investiti da un’auto o di respirarne lo smog.

Se lo chiedete a me, non è poco.

Ma, per quanto mi piaccia la prospettiva di una Milano meno popolata, meno inquinata, da girare in bici, non è un tipo di normalità per cui questa città è stata costruita e si è sviluppata.

Questa città, oltre a non essere fatta per essere così vuota, non è nemmeno fatta per gente senza lavoro, con stipendi ridotti, o un futuro incerto. Non lo era nemmeno prima, probabilmente?

Devi vivere a Milano, puoi vivere a Milano o vuoi vivere a Milano?

Una cosa che non è normale, per me, è continuare a lavorare (quasi) come niente fosse. Ho questa fortuna, ma inizia a pesare, perché non è una fortuna che durerà all’infinito.

Lavorare in questo periodo è come essere in canoa e concentrarti sul fiume invece di concentrarti sulla cascata che sta per arrivare.

So che c’è la cascata, perché sento il rumore vedo l’orizzonte scomparire, ma non so quello che mi aspetta alla fine.

Siamo al punto in cui la cascata non è nemmeno il problema più grande.

Lavoro. Cibo. Soldi. Persone. Futuro.

Basta fiumi, basta cascate, ho bisogno di un prato su cui stendermi.

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